Disturbi neurocognitivi, dalla conoscenza alla comunità: «Insieme, molto è ancora possibile». La settima edizione del convegno promosso da Fondazione OIC ETS mette in dialogo scienza, assistenza, innovazione, caregiver e territorio.
PADOVA – La scienza, da sola, non basta. Non bastano nemmeno l’assistenza, la tecnologia o la buona volontà di una famiglia lasciata a gestire da sé una diagnosi destinata a modificare profondamente la quotidianità. Quando si parla di Alzheimer e degli altri disturbi neurocognitivi, la risposta non può che nascere dall’incontro tra competenze, servizi, relazioni e comunità.
È questo il filo che attraversa la settima edizione di “Disturbi neurocognitivi: uno sguardo tra scienza, prassi ed emozioni”, il convegno promosso da Fondazione Opera Immacolata Concezione ETS il 15 ottobre alla Civitas Vitae “Angelo Ferro” di Padova.
Un appuntamento ormai consolidato, capace di riunire professionisti sanitari e sociosanitari, ricercatori, istituzioni, caregiver, familiari e associazioni attorno a un messaggio che sintetizza l’intera prospettiva della giornata: “Insieme, molto è ancora possibile!”.
Il programma ha attraversato alcuni dei nodi oggi più rilevanti nella presa in carico delle persone con decadimento cognitivo: l’aggiornamento del Piano Nazionale Demenze, il rapporto tra CDCD e RSA e la sua declinazione nel territorio veneto, le differenze di genere nella malattia di Alzheimer, le opportunità offerte dalla robotica sociale e dall’intelligenza artificiale, la prevenzione, il rischio condiviso nella cura e, soprattutto, il ruolo del caregiver.
Ma il significato del convegno va oltre l’aggiornamento scientifico. È nella capacità di trasformare conoscenza e confronto in strumenti concretamente utilizzabili nei servizi e nella vita delle famiglie che si misura il suo impatto.
«La formazione ha valore quando riesce a trasformarsi in una cura migliore e in una comunità più consapevole», ha commentato il presidente di Fondazione OIC Andrea Cavagnis. «Questo convegno non nasce per tenere il sapere dentro una sala, ma per metterlo in circolo tra professionisti, famiglie, istituzioni e territorio. Anche davanti a una malattia che modifica profondamente la vita, molto resta possibile se nessuno viene lasciato solo».
Formazione che diventa cura
Per Fondazione OIC formazione e assistenza non rappresentano due piani separati.
Il convegno, a partecipazione gratuita e accreditato per le professioni sanitarie e per gli assistenti sociali, ha messo in relazione esperienze provenienti dall’Istituto Superiore di Sanità, dalla Regione del Veneto, dall’Università degli Studi di Padova, dai servizi territoriali, dalla geriatria, dalla psicogeriatria e dalle realtà sociosanitarie, accanto ai professionisti che quotidianamente lavorano nei contesti di cura.
A garantire continuità e coerenza scientifica al percorso è anche il Comitato Scientifico, coordinato dalla direttrice sanitaria di Fondazione OIC Michela Fernanda Rigon e composto da Diego De Leo, Carlo Gabelli, Annachiara Cagnin, Cristina Basso, Monica Rapattoni e Davide Ceron. Una composizione multidisciplinare che restituisce bene il metodo dell’iniziativa: affrontare i disturbi neurocognitivi attraverso prospettive differenti, mettendo in relazione ricerca, clinica, psicologia, assistenza, organizzazione dei servizi e dimensione sociale.
Una multidisciplinarietà necessaria perché la demenza non investe soltanto la dimensione clinica: modifica progressivamente autonomia, comunicazione, relazioni, organizzazione familiare e partecipazione sociale.
Da qui la necessità di formare professionisti capaci non soltanto di conoscere la patologia, ma di leggere la persona nella sua globalità.
«La formazione non è un elemento accessorio dell’organizzazione: è parte della qualità della cura», ha sottolineato il direttore generale di Fondazione OIC Fabio Toso. «L’evoluzione dei bisogni assistenziali richiede competenze sempre più specifiche e un dialogo continuo tra ricerca, servizi e territorio. L’innovazione produce valore quando riesce a tradursi in risposte concrete per le persone, per le famiglie e per i professionisti che le accompagnano».
Su questa prospettiva anche il contributo scientifico del dott. Carlo Gabelli, già Direttore del C.R.I.C. – Azienda Ospedaliera Università degli Studi di Padova e componente del Comitato Scientifico, che ha richiamato l’importanza della diagnosi precoce e della prevenzione nell’affrontare i disturbi neurocognitivi.
«La prevenzione è assolutamente essenziale perché siamo di fronte a condizioni croniche che evolvono in tempi molto lunghi, che possiamo intercettare precocemente con diversi sistemi e di cui possiamo almeno prevenire l’evoluzione», ha spiegato Gabelli, evidenziando il ruolo della prevenzione secondaria, degli stili di vita, dell’appropriatezza farmacologica e delle nuove opportunità terapeutiche.
Una rete istituzionale, scientifica e professionale
La portata del convegno emerge anche dalla rete costruita intorno all’iniziativa.
Anche la settima edizione si è svolta con il patrocinio di Regione del Veneto, Comune di Padova, Azienda ULSS 6 Euganea, UNEBA Veneto e URIPA, insieme a un’ampia rappresentanza del mondo scientifico e professionale.
Hanno concesso il proprio patrocinio, tra gli altri, Istituto Superiore di Sanità, Associazione Italiana di Psicogeriatria, Società Italiana di Gerontologia e Geriatria, Ordine Provinciale dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri di Padova, Ordine degli Assistenti Sociali del Veneto, Ordine delle Professioni Infermieristiche di Padova, Ordini TSRM-PSTRP di diverse province, AITO, SIGOT, Federazione Logopedisti Italiani, Associazione Italiana Fisioterapia, Ordine delle Psicologhe e degli Psicologi del Veneto, ANEP ATS e A.I.Te.R.P..
L’iniziativa si è svolta inoltre con il contributo non condizionato di Arjo, Serenity, ABPharm, Zucchetti, Eureka Lavanderia Industriale e ServiceMed.
Non è soltanto una cornice istituzionale. Questa pluralità restituisce la natura stessa della sfida: nessun soggetto, da solo, può rispondere alla crescente complessità dei disturbi neurocognitivi.
Ricerca, programmazione sanitaria, servizi territoriali, residenzialità, professioni sanitarie, assistenza sociale, caregiver, associazionismo e volontariato devono necessariamente lavorare in connessione. Il convegno diventa così uno spazio nel quale chi produce conoscenza incontra chi costruisce politiche, chi eroga servizi e chi vive quotidianamente la fragilità.
“Nuovi Passi”: la conoscenza diventa servizio
La traduzione concreta di questa impostazione si ritrova nel progetto “Nuovi Passi”, sviluppato negli anni da Fondazione OIC per rispondere in maniera specifica alle esigenze delle persone con decadimento cognitivo e disturbi del comportamento.
Il modello si è progressivamente articolato attraverso nuclei residenziali, il Borgo Nuovi Passi e servizi semiresidenziali presenti in diverse sedi della Fondazione.
Il nome racconta già l’approccio: sono i “nuovi passi” che i servizi compiono per intercettare bisogni sempre più complessi, ma anche quelli che la persona e la famiglia devono affrontare quando la malattia impone di ridefinire abitudini, ambienti e organizzazione della vita.
L’impostazione integra ambienti progettati per orientare e rassicurare, micro-comunità, ritualità quotidiane, équipe formate e collegamento tra residenzialità, semiresidenzialità e sostegno familiare.
Il Borgo Nuovi Passi della Residenza Pio XII, ad esempio, è stato ampliato fino a una capacità di 56 ospiti per rispondere alla crescente domanda delle famiglie; nuclei specifici sono presenti in più sedi OIC tra Padova, Vicenza e Treviso.
È precisamente qui che la formazione trova la propria verifica più importante: ciò che viene discusso durante un convegno deve diventare capacità di leggere un comportamento, organizzare uno spazio, preservare un’autonomia, costruire relazioni e sostenere le famiglie.
Lo Sportello Nuovi Passi: orientare prima ancora di assistere
La presa in carico, però, spesso comincia molto prima dell’ingresso in una struttura.
Comincia quando una famiglia nota che qualcosa sta cambiando: dimenticanze, disorientamento, comportamenti insoliti. E insieme ai primi segnali arrivano le domande: a chi rivolgersi? Quale percorso seguire? Quali servizi esistono? Come organizzare l’assistenza quotidiana?
Da questi bisogni è nato lo Sportello Nuovi Passi, servizio gratuito dedicato all’ascolto, all’informazione, all’orientamento e all’accompagnamento delle persone con fragilità cognitive e delle loro famiglie.
Lo Sportello rappresenta uno dei punti in cui il sapere professionale diventa concretamente accessibile anche al di fuori degli ambienti clinici e specialistici.
Accanto all’orientamento individuale è stato sviluppato un programma di incontri rivolto ai caregiver che ha affrontato questioni estremamente concrete: strategie per l’assistenza quotidiana, nutrizione, disfagia, fisioterapia nella demenza, mantenimento delle capacità cognitive e attività capaci di preservare interessi e relazioni.
Il percorso di supporto ormai radicato nel territorio e in continua espansione prosegue e conferma la volontà di Fondazione OIC di garantire continuità e di non lasciare sole le persone fragili e i loro familiari.
Prendersi cura anche di chi cura
Proprio il caregiver è stato uno dei grandi protagonisti della settima edizione.
La prima sessione del convegno è stata dedicata anche alla “cura dei curanti”, alle risorse e alle criticità di chi assiste, mentre un ulteriore approfondimento ha posto al centro la necessità di “ascoltare, orientare, mettere in rete” il caregiver tra bisogni e risorse.
Perché una diagnosi di Alzheimer o di un’altra forma di demenza raramente riguarda soltanto la persona che la riceve.
La malattia ridefinisce gli equilibri della coppia, il rapporto tra genitori e figli, il tempo disponibile, il lavoro e le relazioni. E rischia progressivamente di generare isolamento non solo nella persona malata, ma nell’intero nucleo familiare.
«Nelle patologie neurocognitive non possiamo separare la persona dalla sua rete familiare», ha spiegato la direttrice sanitaria di Fondazione OIC Michela Fernanda Rigon. «Prendersi cura significa lavorare sulle capacità ancora presenti e affrontare l’evoluzione della malattia, ma anche dare strumenti a chi accompagna quotidianamente quella persona. Formazione, ascolto e orientamento sono quindi parte della presa in carico».
Sostenere il caregiver diventa così anche un intervento di prevenzione dell’isolamento, inclusione e coesione sociale. Permette alla famiglia di mantenere relazioni con l’esterno, conoscere servizi e risorse e non trasformare la fragilità in una condizione vissuta esclusivamente tra le mura domestiche.
Tecnologia e intelligenza artificiale: innovare senza perdere la relazione
Tra i temi centrali della giornata hanno trovato spazio anche le tecnologie digitali, la robotica sociale, il monitoraggio interattivo e l’intelligenza artificiale.
Il programma ha approfondito le possibilità offerte da questi strumenti nella gestione dei disturbi neurocognitivi e, attraverso uno dei workshop pomeridiani, il ruolo dell’intelligenza artificiale nella cura in RSA.
La sfida è utilizzare l’innovazione per migliorare monitoraggio, sicurezza, stimolazione e supporto agli operatori senza trasformare la tecnologia in sostituto della relazione.
Un principio coerente con la visione più ampia di Fondazione OIC che, da oltre settant’anni, vede nell’innovazione uno strumento per accrescere la capacità di prendersi cura della persona.
I workshop: dalla prevenzione alle domande difficili
La seconda parte della giornata ha trasformato il convegno anche in un laboratorio operativo.
I workshop hanno affrontato l’esperienza del progetto Nutri-Mente, dalla prevenzione secondaria alla prevenzione primaria del decadimento cognitivo; il tema del rischio condiviso in équipe attraverso la domanda “Ti lego o ti proteggo?”; l’applicazione dell’intelligenza artificiale nelle RSA; e infine la relazione come luogo nel quale affrontare anche le domande più difficili della cura.
Il rapporto tra appropriatezza terapeutica e approccio relazionale è stato approfondito anche dal dott. Diego De Leo, Presidente dell’A.I.P. – Associazione Italiana di Psicogeriatria e componente del Comitato Scientifico, che ha richiamato l’attenzione sulla complessità dei disturbi neuropsichiatrici associati alle demenze, dall’apatia all’agitazione, dalla depressione ai disturbi del sonno.
«La regola generale è quella di tentare prima di tutto approcci non farmacologici», ha sottolineato De Leo, evidenziando il valore dell’interazione interpersonale, delle attività di supporto e della musicoterapia. Un orientamento che richiede un’attenta valutazione delle condizioni cliniche, delle comorbidità e delle terapie farmacologiche già in corso, privilegiando, laddove possibile, interventi capaci di rispondere ai bisogni della persona senza ricorrere immediatamente ai farmaci.
La formazione non viene quindi concepita come una semplice trasmissione di conoscenze, ma come confronto sulle pratiche, sulle responsabilità e sulle scelte che quotidianamente ogni équipe è chiamata ad affrontare.
Anche questo rappresenta un indicatore di impatto: formare professionisti capaci di interrogarsi insieme significa produrre ricadute sulla qualità dell’assistenza che proseguono ben oltre la giornata del convegno.
Scienza, prassi ed emozioni
Il titolo dell’iniziativa tiene volutamente insieme tre dimensioni: scienza, prassi ed emozioni. Perché dietro ogni evidenza scientifica ci sono persone, storie e legami.
A ricordarlo è stato anche il momento affidato a Paolo Zanarella, “Il pianista fuori posto”, protagonista della sessione “Il mio mondo fantastico”. La musica è entrata nel percorso scientifico come linguaggio capace di riportare al centro quella dimensione emozionale che appartiene alla relazione di cura tanto quanto le competenze professionali.
Lo stesso principio ha ispirato “Premiamo le emozioni”, la call rivolta a familiari, caregiver e professionisti che, anche nell’edizione 2026, ha permesso di raccogliere immagini e video capaci di raccontare la quotidianità accanto a una persona con disturbo neurocognitivo.
Le testimonianze, articolate nelle cinque aree Famiglia, Domiciliarità, Centro Sollievo, Centro Diurno e Residenzialità, hanno restituito una vera e propria mappa dei luoghi e delle relazioni nei quali la demenza viene vissuta ogni giorno.
La sessione conclusiva ha premiato i migliori contributi delle diverse categorie, ai quali si è aggiunto il “Premio per il miglior contributo”, riconoscendo il valore di chi ha saputo trasformare attraverso immagini e testimonianze la quotidianità della cura in un racconto capace di parlare all’intera comunità.
Per la categoria Famiglia, il riconoscimento è stato assegnato a “Figlia, sono felice e ti voglio tanto bene ..”, presentato da Chiara Zorzan di Fondazione OIC Borgoricco, un’immagine che restituisce la forza dei legami affettivi.
Per la categoria Domiciliarità, è stato premiato “Una presenza che sostiene, una mano che accompagna”, presentato dal Servizio di Assistenza Domiciliare, gruppo San Giovanni Lupatoto, di Fondazione Pia Opera Ciccarelli ETS, testimonianza del valore della presenza e dell’accompagnamento nella quotidianità della cura a domicilio.
Nella categoria Centro Sollievo, il riconoscimento è andato al video “Dove la fragilità si fa scoperta”, presentato da Giuseppina Molena dell’Associazione Alzheimer Piove di Sacco ODV.
Per la categoria Centro Diurno, è stato premiato il video “Oltre i Frammenti: La pienezza della cura quotidiana”, presentato da Arianna Nardo, Antonio Corallutti e Silvia Solidoro di Fondazione OIC – Civitas Vitae Padova.
Nella categoria Residenzialità, il riconoscimento è stato assegnato a “Perdersi in un abbraccio…”, presentato da Simona Gallo del Centro di servizi Villa Bianca di Tarzo (Treviso).
A questi riconoscimenti si è aggiunto il “Premio miglior contributo”, assegnato a “Prendersi cura è esserci, accanto alla persona, dentro la vita di ogni giorno”, presentato dal Centro Servizi Mons. Ciccarelli – Residenza Tre Fontane di Fondazione Pia Opera Ciccarelli ETS.
Tra i contributi presentati ha trovato spazio anche “Siamo nella stessa barca”, il brano musicale proposto da Lucia Borgia nell’ambito del Progetto ORA, nato dall’esperienza di un gruppo di sostegno composto da coniugi giovani di persone con decadimento cognitivo. Il percorso, che prevede incontri mensili con la presenza di un terapeuta, ha favorito nel tempo la nascita di una rete spontanea di auto mutuo aiuto, capace di contrastare il senso di solitudine e isolamento sociale spesso associato al caregiving. Il brano racconta proprio questa esperienza di amicizia, solidarietà reciproca e condivisione, trasformando la musica in uno strumento per dare voce alle difficoltà quotidiane e al valore del sostegno reciproco.
La premiazione non è stata soltanto il momento conclusivo della call, ma un’ulteriore declinazione della filosofia del convegno: accanto alla ricerca e alle competenze professionali ha trovato spazio lo sguardo di chi la fragilità cognitiva la vive direttamente, come persona, familiare, caregiver o professionista.
Premiare quelle immagini significa riconoscere esperienze che troppo spesso rimangono invisibili: la quotidianità di una famiglia, il lavoro di un caregiver, la relazione costruita in un Centro Sollievo, la vita in un Centro Diurno o in una struttura residenziale.
Perché la persona non coincide con la propria cartella clinica. Dietro ogni diagnosi continua a esserci una persona con la propria storia, i propri affetti, le proprie preferenze e possibilità di relazione, oltre ogni stereotipo.
«Insieme, molto è ancora possibile»
È qui che il messaggio scelto per accompagnare la settima edizione assume il suo significato più profondo.
“Insieme, molto è ancora possibile” non significa ignorare la progressività delle patologie neurodegenerative. Significa riconoscere tutto ciò che continua a poter essere fatto: lavorare sulle autonomie residue, rendere gli ambienti più comprensibili e sicuri, sostenere un caregiver, formare un professionista, utilizzare la tecnologia per supportare la relazione, mantenere legami e occasioni di partecipazione.
E soprattutto impedire che una famiglia rimanga sola.
Quell’“insieme” trasforma così la cura da questione privata della famiglia a responsabilità condivisa della Comunità della Cura.
L’“Abbraccio della Cura” che diventa Comunità della Cura
È una prospettiva che si inserisce pienamente nell’idea dell’“Abbraccio della Cura”, scelta da Fondazione OIC come uno dei segni della propria identità.
L’abbraccio non significa proteggere passivamente la persona fragile o sostituirsi a essa. Significa costruire attorno alla persona un ambiente capace di riconoscere ciò che rimane possibile, mantenendo relazione, dignità e appartenenza anche quando la memoria e le autonomie cambiano.
«L’abbraccio della cura significa non limitarsi a rispondere a un bisogno assistenziale, ma costruire attorno alla persona una comunità capace di riconoscerla e accompagnarla», ha aggiunto Cavagnis. «Anche quando la memoria cambia, resta la persona. Ed è attorno a quella persona che devono continuare a muoversi i servizi, i professionisti e la comunità».
La Comunità della Cura comprende così professionisti e servizi, ma anche famiglie, istituzioni, università, volontariato, associazioni e cittadini.
Perché la qualità della vita di una persona con demenza non dipende esclusivamente dalla terapia o dalla struttura nella quale viene assistita. Dipende anche da quanto la società che la circonda è capace di riconoscerla, comprenderla e includerla.
Dalla cura all’inclusione e alla coesione sociale
È forse questo uno degli effetti meno immediatamente quantificabili, ma più significativi, di iniziative come il convegno.
Mettere in rete saperi e professioni produce migliore assistenza. Sensibilizzare una comunità significa però produrre anche inclusione e coesione sociale.
Contrastare lo stigma associato alla demenza significa evitare che una diagnosi cancelli progressivamente la presenza sociale della persona. Sostenere le famiglie significa proteggerle dall’isolamento. Creare reti significa mantenere attive relazioni anche quando la malattia rende più complessa la partecipazione.
La coesione sociale diventa così parte della stessa idea di salute: non un elemento accessorio, ma una delle condizioni che permettono alla persona fragile e alla sua famiglia di continuare ad appartenere alla comunità.
Un tassello del più ampio impegno sanitario di Fondazione OIC
Il lavoro sui disturbi neurocognitivi rappresenta infine una delle declinazioni di un impegno sanitario e sociosanitario più ampio di Fondazione OIC ETS.
Accanto ai servizi dedicati alle demenze, OIC opera infatti nelle cure intermedie, nella riabilitazione, nelle gravissime fragilità e nelle cure palliative, costruendo differenti modalità di presa in carico lungo le diverse fasi della fragilità.
Il convegno restituisce però una fotografia particolarmente efficace del metodo scelto dalla Fondazione: formazione, multidisciplinarietà, innovazione, territorio, famiglie e relazione.
Non soltanto offrire servizi, dunque, ma mettere le conoscenze in circolo, orientare chi non sa da dove iniziare, formare chi cura, costruire alleanze e fare in modo che la fragilità non diventi isolamento.
È questa l’istantanea restituita dalla settima edizione di “Disturbi neurocognitivi: uno sguardo tra scienza, prassi ed emozioni”.
Di fronte alla demenza non tutto può essere restituito.
Ma una relazione può essere custodita, una famiglia accompagnata, una competenza condivisa e una comunità resa più inclusiva.
Ed è proprio per questo che, insieme, molto è ancora possibile!





















Articolo di: Eleonora Passarella
